The Lonely Man

Nicky Hamilton

Un progetto fotografico che esplora e analizza la relazione tra il fotografo e suo padre

Una buona parte dei creativi ha sempre avuto un rapporto “interessante” con almeno un genitore; “The Lonely Man” esplora quello che il fotografo di Nicky Hamilton ha avuto con il proprio padre. Nicky lo chiama un bel progetto di fotografia “fine art”, non solo in termini di sostanza, ma anche in termini di creazione in quanto, oltre allo scatto in se, Nicky ha costruito a mano ogni set. Il tempo di realizzazione medio per ogni singolo scatto è stato di tre mesi.

Nicky è nato nel 1982 ed è l’ex direttore artistico presso l’agenzia pubblicitaria M & C Saatchi. Descrive i suoi progetti come se fossero dei film in quanto impiega molto lavoro nello studio del set, nei dettagli e nella narrativa. Il suo lavoro esplora gli stati emotivi dei personaggi giocando con performance e simbolismo al fine di produrre sensazioni profondamente evocanti.

Dichiarazione dell’artista – The Lonely Man

“I genitori ti fottono. Possono non rendersene conto, ma lo fanno. “- Questo la descrizione del progetto scritta da Philip Larkin. “The Lonely Man” è un progetto profondamente personale. Il tredicesimo pezzo di studio esplora la mia relazione infantile con mio padre, un rapporto che è stato condito da un turbinio di incursioni di polizia, fucili, droga, violenza e, in ultima fase, un riscatto” dopo che fu dichiarato in “bancarotta” negli anni Ottanta.

In gioventù mio padre lavorava come costruttore. Le cose erano facili: feste e divertimento. A metà degli anni ’80 mio padre ha perso la sua attività dovette dichiarare bancarotta. Il tutto accaduto a causa di l’ acquisto di una casa da sogno che non poteva permettersi. In quegli anni imperversò il regno di Maggie Thatcher, l’economia era debole esattamente come il raziocinio di mio padre. Si rivolse alla criminalità e la criminalità lo trasformò in un tossicodipendente che un giorno chiamerà suo figlio affinché gli impedisca di suicidarsi.

Cosa ti ha spinto a dedicarti alla fotografia?

Sono stato direttore artistico presso una grossa agenzia di pubblicità dove ho lavorato un sacco con grandi fotografi e cinematografi (come ad esempio È una lista molto lunga, ma prima di tutto ci sono Alex Prager, Craig McDean, Steven Klein, Steven Meisel, Roger Deakins, Emmanuel Lubezki, Vilmos Zsigmond e, naturalmente, Gregory Crewdson). Mi sono innamorato dell’arte di catturare un momento in un’immagine.

Per quanto tempo hai scattato?

Otto anni fa ho lasciato il mondo dell’ advertising e ho iniziato a lavorare come fotografo

Perché la fotografia è tanto importante per te?

È un linguaggio per immagini che parla non tramite parole ma tramite emozioni. È la mia forma di esprimere come io vedo il mondo

Ti ritieni maggiormente un creativo o un documentarista? Perché?

I miei progetti tendono a raccontare la mia propria esperienza di vita quindi penso di poter definirmi un documentarista che crea momenti

Cosa ti passa per la testa quando crei i tuoi momenti? Raccontaci i procedimenti mentali e meccanici

Sempre prendo appunti riguardanti comportamenti e esperienze sociali. Una volta che ho una bozza, inizio a creare i personaggi, i set studiandone gli aspetti caratteriali, le sensazioni e i “mood” che voglio far trasmettere alla fotografia. Costruisco i set per tutti i miei lavori avendo già in testa una visione globale.

Mediamente tardo tre mesi per una singola fotografia. Prima creo il concept come uno schizzo, poi lo trasferisco in un modello tridimensionale per averne una prima visione d’insieme, studiare le luci, i colori e le textures da usare. Il passo successivo è costruire il set seguendo quanto deciso in precedenza. Sei settimane sono quanto si impiega per creare i costumi. Una volta fatto questo ci vogliono altri 5 giorni per impostare l’illuminazione del set sperimentando quali combinazioni danno il miglior risultato. Ora si scatta la foto in una lunga giornata di ripresa dove i personaggi combinano varie posizioni e atteggiamenti. Infine la post produzione. Spesso aspetto un paio di settimane per editare la fotografia scattata per far si che possa assimilare meglio il tutto in maniera da avvicinare nella migliore maniera possibile il risultato all’idea iniziale.

Solitamente uso la tecnica delle doppie esposizioni che poi fondo in una unica immagine

Parlaci del progetto che stai sviluppando

Sono sempre stato una persona che ragiona molto per immagini. Quando guardo un film, lo metto in pausa molto spesso per prendermi un momento e studiare le emozioni che mi trasmettono le varie scene. Penso che è un talento che ho accumulato durante la mia infanzia. Un evento drammatico può succedere, è stato ignorato dai miei genitori e io sono stato lasciato solo a ponderare. Creando la mia propria storia, lasciando che l’ansia crei e distrugga fino a quando non appaiano tic nervosi o disordini ossessivo-compulsivi. «Basta Nicki, smettila di toccarti il collo» mi avrebbe detto mia madre. Stavo rivedendo il momento in cui mio padre sfondava il soggiorno dei vicini con l’auto, ubriaco, cercando di sfuggire alla polizia. Il tic nervoso era la valvola di sfogo per la paura.

Durante la mia giovinezza, mio padre lavorava come costruttore. Le cose erano facili: feste e divertimento. A metà degli anni ’80 mio padre ha perso la sua attività dovette dichiarare bancarotta. Il tutto accaduto a causa di l’ acquisto di una casa da sogno che non poteva permettersi. In quegli anni imperversò il regno di Maggie Thatcher, l’economia era debole esattamente come il raziocinio di mio padre. Si rivolse alla criminalità e la criminalità lo trasformò in un tossicodipendente che un giorno chiamerà suo figlio affinché gli impedisca di suicidarsi.

So bene che questa storia richiederebbe molto tempo e sforzo per essere raccontata in maniera che trasmetta ciò che ho provato da piccolo. Per questo ho aperto il mio studio e ho dedicato il mio tempo alla creazione di questo progetto.

Cosa ti ha appassionato di questo genere di fotografia?

Credo che lavorare nella pubblicità ha modificato il mio pensiero artistico in qualcosa di troppo “mainstream”. Ho voluto creare immagini che abbiano un significato che vada oltre al soggetto e all’attrezzatura usata.

Parlaci dell’attrezzatura usata per questi scatti

Scatto con lici continue e corpi macchina a medio formato, Hasselblad H4D60 e 500C/M a pellicola con focali da 50 a 80mm

Cosa ti ha motivato in questo progetto?

L’idea. Una volta che visualizzo l’immagine, questo è estremamente motivante. La parte più difficile per me per sviluppare un progetto è dover lavorare senza i tutti i dettagli. Lavorare considerando tutti gli aspetti, può essere mentalmente massacrante.

By | 2017-09-01T16:39:40+00:00 settembre 1st, 2017|Autori e Portfolio|0 Comments

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